Pubblicato da: eljerroz | 27 dicembre 2010

[Fumetti] Recensione: ‘L’inverno d’Italia’ di Davide Toffolo

Negli ultimi due anni sono state preannunciate diverse opere di Davide Toffolo: Gente di Berlino (Beccogiallo), Ugo e Cristina (Kappa Edizioni), Anatomia di un’adolescenza (Kappa Edizioni) e L’inverno d’Italia (Coconino Press). Per mesi ho inutilmente asfissiato il mio fumettaro di fiducia chiedendogli novità su questi volumi, poi sono partito per il Lucca Comics & Games convinto di riuscire a trovarne almeno uno; inutilmente mi informo presso le case editrici, quando – finalmente! – un ragazzo della Beccogiallo risponde alla mia domanda dichiarando che il volume Gente di Berlino sarebbe uscito nel 2011. Insisto, facendo notare che sono stati annunciati diversi titoli di Toffolo anche presso altri editori e nessuno è ancora uscito; lui alza le spalle, allarga le braccia e con fare sardonico risponde: «Ci sarà un perché…».

Quando a metà dicembre mi viene consegnato L’inverno d’Italia ho quindi un sussulto, mi compiaccio dell’arrivo tanto desiderato e non resisto, lo apro subito: la maggior parte della pagina è bianca e quel candore mi fa maliziosamente pensare: “ecco perché questo volume è uscito: ci ha messo poco a disegnarlo!”.

Davide Toffolo, L'inverno d'Italia

Davide Toffolo, L’inverno d’Italia, Coconino Press, 2010

Cosa dice la quarta di copertina:

Gonars, provincia di Udine, 1942-43. Una pagina vergognosa e rimossa del nostro passato: i campi di internamento dove l’Italia deportò e lasciò morire migliaia di cittadini sloveni. Un folle progetto di pulizia etnica, narrato attraverso lo sguardo e i dialoghi di due bambini.

Protagonisti della storia sono Drago e Giudita, due bambini sloveni che vivono lo straniamento del campo in una continua tensione fra un passato vitale, segnato da traumi i cui echi risuonano nella memoria, e un presente mortifero, che si concretizza nell’osservazione del paesaggio al di là del filo spinato e nello scambio di promesse per il futuro. La vita nel campo viene vissuta come incubo ad occhi aperti, sbarrati e stanchi, in cui il sollievo del sonno è negato; l’evolversi del rapporto d’amicizia fra i due è scandito da dialoghi  brevi e intensi, nei quali ogni frase ha un peso e un valore, e da un’espressività senza parole, calcolata e densa di significati, costruita su gesti minimi e intensi sguardi. Sono bambini condannati alla solitudine che, nonostante le disumanità affrontate quotidianamente, si scoprono ancora capaci di esprimere affetto e fiducia nella restituzione di un futuro.

Il tratto è uniforme, forse più sottile rispetto ad altre opere di Toffolo (penso qui alla trilogia dei Cinque allegri ragazzi morti), il riempimento è così semplice che si potrebbe definire minimale, ma giocato con maestria così che non perda espressività, bensì sottolinei la condizione di estrema magrezza e la precarietà del futuro dei personaggi. Il chiarore predominante è incrinato in alcune tavole a forti tinte cupe, nelle quali vengono affrontati i temi più perturbanti e minacciosi (come l’incubo ad occhi aperti di Drago o il progressivo oscurarsi dell’albero); in particolare, nelle pagine conclusive, il nero della china riveste la quasi totalità dello spazio aprendo scorci a forma di occhio per l’osservazione dei protagonisti e, acquistando valore quasi cinematografico, allontana la vitalità dei personaggi mentre acuisce la distanza del lettore.

Si ha l’impressione che Toffolo rinunci alla suddivisione in vignette come modalità di costruzione della tavola, per cui accosta disegni che acquisiscono nitidezza ponendosi in rilievo rispetto al biancore della pagina, quasi isolandosi in questo sfondo monocromo come schegge di pura essenzialità. Scherzavo sulla quantità di bianco, in realtà la mancanza di paesaggio riveste un significato specifico, che trascende l’epoca storica in cui è ambientata la vicenda: l’orrore e il dolore provati da Drago e Giudita non sono solo quelli di due bambini sloveni internati nel campo di Gonars, ma gli stessi provati da  molti altri in analoghe condizioni ma in differenti luoghi e tempi. L’opera si configura come monumentum nel senso etimologico del termine: un mezzo o un atto che stimoli il ricordo e, al contempo, ammonisca le generazioni future; la dedica “Alla gente Rom, perseguitata oggi in Europa” risulta così essenziale per una corretta lettura della intenzioni dell’autore.

Nonostante questo aspetto, la vicenda è saldamente ancorata ai fatti storici del biennio 1942-43, così che si presenta accurato il lavoro di ricerca da parte di Toffolo riguardo un argomento insabbiato dal governo italiano e a tutt’oggi ignorato dai più, mentre in Slovenia “il problema degli internamenti di cittadini croati e sloveni in Italia ha una letteratura molto nutrita” – come ricorda Paola Bistrot in una lettera indirizzata all’autore e pubblicata a fine volume. Il materiale raccolto viene così utilizzato all’interno dell’opera, costituendone una parte non trascurabile: all’inizio di ognuno dei 5 capitoli viene presentato un documento riguardante il campo di Gonars e, al termine della narrazione, una serie di illustrazioni realizzate dai prigionieri e una bibliografia sul tema.

Un’opera di Toffolo tutt’altro che semplice, sopra le righe rispetto ad altre sue prove e accostabile, per intensità, a Il re bianco; un libro che non ha valore autobiografico o immaginifico, bensì esprime una tensione civile che indaga un periodo storico fortemente soggetto a revisioni nel tentativo di integrare questi eventi nella Storia di un’Italia che – alla soglia del centocinquantesimo anniversario della sua unità – ancora necessita di investigare sé stessa.

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